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Volti del Made in Italy

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 La lettura di questa settimana è il capitolo finale del volume Sulle ali del barolo. Appunti di viaggi di Gianni Gagliardo, editore Cinquesensi.

 

MADE IN ITALY

«Spesso sia in Italia sia in giro per il mondo mi viene rivolta una domanda: “Ma lei che viaggia molto, dove vorrebbe vivere?”. “Dove vivo, in Italia”.

Di solito è una risposta inaspettata perché la maggior parte della gente sogna paesi caldi o zone del mondo con stili di vita che pensa possano migliorare la propria. Che l’Italia sia un Paese speciale si sa: lo hanno imparato molto bene tutti gli italiani che incontro in giro per il mondo, e che diventano più italiani quando sono lontani e piano piano , assorbendo lo stile di vita del Paese che li ospita, affiancano le nuove abitudini alla loro italianità che non lascia assolutamente il posto al nuovo affievolendosi ...

bensì brillando di più per la sua differenza e la sua qualità. E’ un classico che vedo da sempre anche se con lo scorrere degli anni sono cambiate le persone. Fino agli anni Ottanta pochi italiani emigranti avevano un mestiere o una laurea, oggi sono i giovani che portano fuori il loro sapere e le loro capacità con la fondata speranza di incontrare meno difficoltà verso una certa carriera, e invece spesso vanno oltre e iniziano un’attività in proprio.

Tornando al: “Dove vivo, in Italia”, chiaramente deve seguire da parte mia una immediata motivazione, sì, perché l’interlocutore che mi ascolta di solito sgrana gli occhi e mi chiede: “Perché?”. Anche se gli basterebbe il tempo di una breve riflessione per arrivarci da solo alla risposta.

Il clima mediterraneo è il migliore al mondo e l’Italia è il paese mediterraneo per eccellenza: abbiamo le stagioni, le estati non umide come i paesi detti “caldi” e gli inverni non freddissimi ma innevati un po’, il giusto per renderli piacevoli. Abbiamo il mare, la montagna e la pianura, abbiamo storia e arte,

musica, cucina e l’abitudine a un buon equilibrio tra il lavoro, la vita privata e il divertimento. Abbiamo un’infinità di micro culture regionali, essendo il nostro un paese stretto e lungo e con storie diverse, è il più bell’insieme al mondo di abitudini, credenze, patrimoni culturali, piatti e vini, dialetti e modi di vivere.

In Italia si vive bene ovunque e ovunque s’impara qualcosa. La maggior parte degli italiani è cresciuta in una famiglia patriarcale accompagnata prevalentemente da valori che derivano dal mondo agricolo, in maggioranza siamo figli di poveri ma nobili contadini che confondevano benissimo le loro regole religiose con quelle del buon senso.

Quando penso all’Italia, me la vedo come un giardino a forma di stivale in mezzo al mare. In giro, quando dici che sei italiano ricevi sempre apprezzamento; poi, tutti vogliono dimostrarti la simpatia che hanno per il nostro Paese e cercano di dirti qualcosa in italiano: “Ciao”, come minimo […]. Siamo un popolo, o meglio più di uno, accomunati da una eccezionale creatività e molta buona volontà, lavoratori seri e generosi, e non siamo razzisti ma anzi: abbiamo un forte senso di solidarietà. La cosa più apprezzata di noi è la qualità della nostra vita: il nostro modo di vivere è indice di una ricerca naturale della qualità in generale. Siamo abituati a risorse eccezionali che il mondo ci invidia.

Visti dall’estero sì, siamo bellissimi ed è vero: dal di fuori c’è sempre una visione più reale, per questa ragione ognuno di noi vorrebbe almeno una volta potersi vedere con gli occhi di un’altro, di uno qualunque che non sia un amico caro o un famigliare ma da qualcuno che ci giudica in modo obiettivo e naturale senza che gli venga richiesto.

Quando parliamo di risorse pensiamo alla gente e alla Terra. La Terra: io sono nato in una famiglia contadina e ho vissuto in prima persona la tragedia dell’abbandono dell’agricoltura. In Piemonte, come in molte altre regioni d’Italia, la terra da coltivare era in mano a piccole famiglie, molto frammentata, strutturata in piccoli appezzamenti sparsi qua e là con colture diverse che a ogni generazione venivano divisi in parti uguali tra i fratelli maschi delle famiglie, sempre numerose; famiglie contadine che nel tempo si sono moltiplicate e impoverite causa principale le suddivisioni delle eredità. Io sono nato quando questa catena tra generazioni si spezzò per sopraggiunta povertà insostenibile.

Le coltivazioni erano a basso reddito, non specializzate e noi si coltivava mezzo ettaro di grano tenero o mais con una zappa e una mucca da lavoro mentre, negli Stati Uniti, le stesse colture le sviluppavano su centinaia di ettari e le fattorie disponevano di una meccanizzazione che per noi era impensabile immaginarne anche soltanto l’esistenza. Ricordo da bambino, quando un lontano parente, emigrato in Argentina, tornò per una vacanza e vide coltivare i nostri campi con un piccolo aratro al traino di una mucca e con altri rudimentali arnesi. Scrollando la testa, ci raccontò che nella sua fattoria utilizzava enormi trattori con una tale forza da trainare aratri che rivoltavano la terra in otto solchi contemporaneamente. Raccontava di campi così grandi da non vederne il confine opposto. Io ero piccolo e non c’era per me altra fonte di notizie se non attraverso il racconto dei grandi: di questo racconto ricordo il penetrare in me di un senso di impotenza e come il presagio di un futuro di agonia del contesto che mi stava allevando. Arrivò l’industria e a nessuno venne in mente di cercare nuove strade per l’agricoltura, queste vennero soltanto dopo, dopo l’abbaglio dello stipendio fisso che svuotò le campagne e consegnò manodopera comune alle nuove fabbriche […] E dunque chi rimase a coltivare la terra? Chi non ebbe il coraggio di abbandonarla e cercò una soluzione per non capitolare, specializzò e, finalmente, qui nelle Langhe nacque la figura del vignaiolo puro. Le stalle divennero cantine, i fieni appartamenti, i granai locali di imbottigliamento e così via. E poi arrivarono i primi enoturisti: erano gli anni Ottanta. I vigneti che erano stati abbandonati da chi se n’era andato vennero piano piano acquisiti e riaccorpati da chi era rimasto e cominciò così il riscatto dei vignaioli con la viticoltura specializzata: l’indirizzo verso i prodotti di qualità fu la scoperta della potenzialità dell’agricoltura italiana. Non avevamo mai considerato abbastanza questa ricchezza, ci occupavamo d’altro perdendo di vista l’unicità del nostro microclima; un po’ in tutta Italia ebbe inizio il miracolo dei grandi vini, in grado di dire la loro in tutto il mondo. Ma i miracoli in economia li fanno gli uomini, e gli italiani li sanno fare quando è necessario. Oggi le cose sono molto diverse, l’industria scompare perché è soffocata dai costi […].

Il vino ha tracciato una strada percorribile da tantissime altre unicità dell’agricoltura italiana, ne siamo ricchissimi: pensiamo all’olio di oliva, al pomodoro Pachino, alle cipolle di Tropea, al porro di Cervere, al riso e a quanti altri prodotti speciali e unici possiamo offrire; un patrimonio infinito da esportare tutti i giorni in tutto il mondo, a cominciare dalla rete di ristoranti italiani, la più potente rampa di lancio di prodotti di qualità che soltanto l’Italia possiede. La moda e il design fanno brillare la creatività italiana, la migliore al mondo. L’arte e l’enogastronomia fanno dell’Italia un paese irrinunciabile per chiunque nel mondo viaggi per turismo.

Anche il nostro mare non ha nulla da invidiare agli altri mari del mondo. E se non bastasse, perché non rimpossessarsi del nostro caffè espresso, magari napoletano; della nostra pizza, del nostro gelato e della nostra pasta. Di queste cose nessuno, al di fuori di noi italiani, ne possiede le origini, la storia e la capacità innata di produrle al meglio.

Riconsideriamo certi lavori che ritenevamo umili ma che sono frutto di un sapere che si è tramandato per secoli di padre in figlio: un testimone prezioso, e mi riferisco all’agricoltura e all’artigianato; alcuni mestieri sconfinano nell’arte, e noi italiani abbiamo una inclinazione storica verso l’arte. È vero che molti talenti se ne vanno: è altrettanto vero, però, che molte persone straniere sono in Italia a lavorare e imparare i mestieri ai quali noi abbiamo voltato le spalle perché ci si sporca le mani; non avevamo capito che stavamo commettendo un grave errore».

 

GIANNI GAGLIARDO

Sulle ali del barolo. Appunti di viaggi

Illustrazioni di Vincenzo Reda

Cinquesensi editore, Lucca 2014

Pagine 160.

Prezzo: 19 euro.

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