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Volti del Made in Italy

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La grande poesia che canta l’Italia ha radici lontane. Nel primo secolo avanti Cristo il poeta latino Virgilio racconta la meraviglia e l’esultanza di quanti, sfuggiti all’incendio di Troia, dopo aver vagato per il Mediterraneo, stanno per approdare in Italia. Nel libro III dell’Eneide, l’eroe troiano fa rotta verso l’Italia, verso una nuova terra e un nuovo futuro, un futuro destinato a segnare per sempre la storia italiana ed europea. Profezie e apparizioni hanno fatto intravedere la meta, che ora si fa più chiara sulle tracce della cultura degli uomini. «Procul obscuros collis humilemque videmus Italiam / Italiam primus conclamat Achates / Italiam laeto socii clamore salutant…». (A.F.)

Rileggiamo insieme i versi 521-546 del terzo libro dell’Eneide, che descrivono paure e implorazioni, timori di guerre e speranze di pace all’arrivo in Italia:

 

«E ormai l´Aurora, fugate le stelle, rosseggiava,
quando lontano vediamo colli oscuri e l’umile
Italia. Italia per primo grida Acate,
l´Italia salutano i compagni con lieto clamore...


Allora il padre Anchise rivestì fino all´orlo una grande
coppa e la riempì di vino, ed invocò gli dei
stando sull´alta poppa:
"O dei potenti del mare e della terra e delle tempeste,
offrite col vento una via facile e soffiate favorevoli".
Le brezze bramate crescono e ormai più vicino si apre
il porto, e sulla rocca appare il tempio di Minerva;
i compagni raccolgono le vele e girano le prore ai lidi.
Il porto curvato ad arco dal flutto orientale,
gli scogli pronunciati spumeggiano di spruzzo salmastro,
egli però si cela: gli scogli turriti slanciano braccia
con mura gemelle e il tempio indietreggia dal lido.
Qui quattro, primo augurio, quattro cavalli vidi
brucanti la piana in largo, di niveo candore.
E il padre Anchise "Guerra, o terra ospite, porti:
i cavalli si armano per la guerra, questi armenti minacciano

guerra. Ma pure un tempo abituati a sottomettersi al cocchio
i quadrupedi e portare col giogo i freni concordi:
speranza anche di pace" dice. Allora preghiamo le sacre potenze
di Pallade armisonante, che per prima ci accolse festanti,
e davanti agli altari ci veliamo col manto frigio,
e con i consigli di Eleno, che aveva dato importantissimi,
ritualmente bruciamo a Giunone Argiva le offerte ordinate».

 

«Iamque rubescebat stellis Aurora fugatis
cum procul obscuros collis humilemque videmus
Italiam. Italiam primus conclamat Achates,
Italiam laeto socii clamore salutant.
tum pater Anchises magnum cratera corona
induit implevitque mero, divosque vocavit
stans celsa in puppi:
´di maris et terrae tempestatumque potentes,
ferte viam vento facilem et spirate secundi.´
crebrescunt optatae aurae portusque patescit
iam propior, templumque apparet in arce Minervae;
vela legunt socii et proras ad litora torquent.
portus ab euroo fluctu curvatus in arcum,
obiectae salsa spumant aspergine cautes,
ipse latet: gemino demittunt bracchia muro
turriti scopuli refugitque ab litore templum.
quattuor hic, primum omen, equos in gramine vidi
tondentis campum late, candore nivali.
et pater Anchises ´bellum, o terra hospita, portas:
bello armantur equi, bellum haec armenta minantur. 3.540
sed tamen idem olim curru succedere sueti
quadripedes et frena iugo concordia ferre:
spes et pacis´ ait. tum numina sancta precamur
Palladis armisonae, quae prima accepit ovantis,
et capita ante aras Phrygio velamur amictu,
praeceptisque Heleni, dederat quae maxima, rite
Iunoni Argivae iussos adolemus honores».

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