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Torna Natale, ma ombre vaghe e inquiete si stendono anche su questa festività. Ormai non suscitano più clamore le iniziative di alcune scuole che hanno abolito la festa di Natale per non turbare chi ha altre credenze o hanno chiuso le porte a Babbo Natale perché spaventerebbe i bambini extracomunitari. In un periodo in cui sembra smarrita la stella polare, nel nostro Paese sono molti i segni di un boicottaggio strisciante, pratico se ...

non ideologico, delle tradizioni natalizie. Tralasciamo il mondo della scuola, dove sempre più frequentemente l’attenzione ad altre religioni si trasforma in negazione dei simboli della nostra identità. E parliamo della preminenza assoluta dei risvolti commerciali rispetto agli originari significati religiosi, del consumismo rispetto alla solidarietà, del cenone che per molti non è più una lieta veglia familiare in attesa della Natività, ma solo una grande abbuffata senza alcun legame con la storia iniziata duemila anni fa.

Con uno sguardo al mondo, amareggiano i divieti di ogni celebrazione del Natale imposti in diversi Paesi ed è difficile la situazione dei cristiani in tanti Stati in cui i seguaci del Narareno sono minoranze, soprattutto in Cina, Eritrea, Iran, Arabia Saudita, Pakistan, Corea del Nord, Iraq, Nigeria, Sudan. Quotidiane sono le persecuzioni, che si compiono in un inquietante silenzio del mondo libero. In molti paesi islamici sono proibite tutte le manifestazioni cristiane ed è vietato costruire chiese e luoghi di culto. In Iraq quindici anni fa i cristiani erano un milione, oggi si sono ridotti a meno di 200mila. Eppure in Iraq l’articolo 3 della Costituzione parla di un Paese “di molte etnie, religioni e dottrine”, l’articolo 37 specifica che “lo Stato garantisce la protezione dell’individuo dalla coercizione intellettuale, politica e religiosa” e l’articolo 42 stabilisce che “ogni individuo deve godere della libertà individuale, di coscienza e di fede”. Nelle aree controllate dal potere islamista i cristiani sono stati costretti a scegliere se convertirsi o morire. Se non ci sarà una svolta nel giro di pochi anni i cristiani spariranno dal Medio Oriente.

In Africa crescono i gruppi fondamentalisti in Kenya, Tanzania, Sudan e altri paesi. In Nigeria gli estremisti di Boko Haram hanno costretto alla fuga 100mila cristiani nella sola diocesi di Maiduguri, nella quale sono state distrutte 350 chiese. In Asia la situazione più difficile appare quella della Corea del Nord, dove si stima che almeno il 10 per cento dei circa 400mila cristiani sono finiti in campi di lavoro in cui subiscono torture, stupri, omicidi, esperimenti medici. In Cina i leader religiosi imprigionati sono centinaia, tante sono le aggressioni, numerose le chiese distrutte. Nello Sri Lanka gli estremisti buddisti hanno distrutto o fatto chiudere molte chiese, in Pakistan costanti sono le manifestazioni contro i cristiani, in India i cristiani sono attaccati soprattutto dai movimenti nazionalisti indù.

Quest'anno Natale ci propone un mondo in cui per tanti la ricorrenza non è una festa, ma una dura richiesta di testimonianza. Il fanatismo islamico avanza, nonostante lo stesso Corano abbia una raccomandazione in cui si dice che “non c’è obbligo nella religione”. Crescono minacce, rapimenti, omicidi, distruzioni in molti Stati, eppure quasi tutti hanno firmato la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, che all’articolo 18 sancisce la libertà di pensiero, di coscienza e di religione, inclusa quella di cambiare religione o credo.

Sotto l’egida delle Nazioni Unite, a Parigi si è tenuta la Conferenza internazionale sulle minoranze perseguitate in Medio Oriente che ha lanciato “un grido che riguarda il pluralismo, la diversità, la storia stessa del Medio Oriente”. Mentre si punta sul pluralismo etnico-religioso per un mondo meno inquieto, esili voci ricordano che nelle persecuzioni contro i cristiani e altre minoranze religiose c’è in gioco una concezione dell’umanità ed è quindi necessaria una responsabilità comune. Le diplomazie dovrebbero lavorare con le organizzazioni internazionali non governative per raccogliere prove sui crimini e deferire i persecutori alla Corte Penale internazionale per crimini contro l’umanità.

Le speranze per una pacifica convivenza, al di là delle convinzioni religiose, sono affidate a una vasta mobilitazione internazionale e al coraggio di tanti cristiani che fra innumerevoli persecuzioni sono «Più forti del terrore», come afferma il titolo del volume-denuncia del patriarca caldeo di Baghdad, Louis Raphael Sako. (F.d'A.)

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