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Cara Italia, ...

Volti del Made in Italy

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GIUSEPPE UNGARETTI

(Alessandria d’Egitto 1888 - Milano 1970) 

 

Nella raccolta L’allegria Giuseppe Ungaretti propone la lirica Italia, in cui il poeta si unisce alla moltitudine di altri combattenti, da cui scaturisce un grido unanime. Come molti altri intellettuali di inizio Novecento, riteneva che la guerra potesse fare degli italiani un popolo. L’esaltazione bellicista qui sfocia in sogni che si riassumono in un grumo, sinistro presagio di sangue e di morte. La poesia è la penultima della sezione Il porto sepolto. (F.d'A.)

 

 

ITALIA

                                                                                       Locvizza, l’1 ottobre 1916

Sono un poeta
un grido unanime
sono un grumo di sogni...

 

Sono un frutto
d’innumerevoli contrasti d’innesti
maturato in una serra

Ma il tuo popolo è portato
dalla stessa terra
che mi porta
Italia

E in questa uniforme
di tuo soldato
mi riposo
come fosse la culla
di mio padre

 

 

SALVATORE QUASIMODO

(Modica-Ragusa 1901 – Napoli 1968)

 

Il mio paese è l’Italia è la settima delle nove poesie di Quasimodo composte fra il 1946 e il 1948 e pubblicate con il titolo La vita non è un sogno. Costituiscono la poesia civile e corale del poeta siciliano che fa leva sull’etica, espressa tra sentimenti e risentimenti, sempre proposta in toni elevati e lirici. Il componimento esprime il valore etico dell’amor di patria, dell’amore del popolo verso il proprio paese. Ma sottolinea anche l’importanza dei poeti, che non possono dimenticare gli orrori della seconda guerra mondiale anche perché ancora i ruderi e i reticolati superstiti testimoniano la tragedia.

  

IL MIO PAESE E’ L’ITALIA

Più i giorni s'allontanano dispersi
e più ritornano nel cuore dei poeti.
Là i campi di Polonia, la piana di Kutno
con le colline di cadaveri che bruciano
in nuvole di nafta, là i reticolati
per la quarantena d'Israele,
il sangue tra i rifiuti, l'esantema torrido,
le catene di poveri già morti da gran tempo
e fulminati sulle fosse aperte dalle loro mani,
là Buchenwald, la mite selva di faggi,
i suoi forni maledetti; là Stalingrado,
e Minsk sugli acquitrini e la neve putrefatta.
I poeti non dimenticano. Oh la folla dei vili,
dei vinti, dei perdonati dalla misericordia!
Tutto si travolge, ma i morti non si vendono.
Il mio paese è l'Italia, o nemico più straniero,
e io canto il suo popolo, e anche il pianto
coperto dal rumore del suo mare,
il limpido lutto delle madri, canto la sua vita.

(da La vita non è sogno)

 

 

SALVATORE QUASIMODO

(Modica-Ragusa 1901 – Napoli 1968)

 

Nostalgia e sdegno, amore e dolore, dolci rievocazioni e profonda rabbia percorrono Lamento per il Sud. Il poeta siciliano vive a Milano e non vorrebbe ritornare nella sua terra, dove troverebbe miseria e criminalità. Gli resta l’eco di una terra splendida e densa di storia e di ricordi, ma il pessimismo prevale e la conclusione è amara: “Più nessuno mi porterà nel Sud”.    

 

LAMENTO PER IL SUD

 

La luna rossa, il vento, il tuo colore

di donna del Nord, la distesa di neve...

Il mio cuore è ormai su queste praterie

in queste acque annuvolate dalle nebbie.

Ho dimenticato il mare, la grave

conchiglia soffiata, dai pastori siciliani,

le cantilene dei carri lungo le strade

dove il carrubo trema nel fumo delle stoppie,

ho dimenticato il passo degli aironi e delle gru

nell'aria dei verdi altipiani

per le terre e i fiumi della Lombardia.

Ma l'uomo grida dovunque la sorte d'una patria.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

Oh il Sud è stanco di trascinare morti

in riva alle paludi di malaria,

è stanco di solitudine, stanco di catene,

è stanco nella sua bocca

delle bestemmie di tutte le razze

che hanno urlato morte con l'eco dei suoi pozzi

che hanno bevuto il sangue del suo cuore.

Per questo i suoi fanciulli tornano sui monti,

costringono i cavalli sotto coltri di stelle,

mangiano fiori d'acacia lungo le piste

nuovamente rosse, ancora rosse. ancora rosse.

Più nessuno mi porterà nel Sud.

E questa sera carica d'inverno

è ancora nostra, e qui ripeto a te

il mio assurdo contrappunto

di dolcezze e di furori,

un lamento d'amore senza amore.

(da La vita non è sogno)

 

 

 

ANDREA ZANZOTTO

(Pieve di Soligo-Treviso 1921 - 2011)

 

Il sacrificio degli italiani per completare l’unità della patria, con la liberazione di Trento e Trieste alla fine della prima guerra mondiale, e la ricorrenza dei 150 anni di unità d’Italia  hanno ispirato la poesia Rivolgersi agli ossari di Andrea Zanzotto, da molti ritenuto il più grande dei poeti italiani viventi. “Al termine della Grande Guerra – ha spiegato il poeta di Pieve di Soligo, in provincia di Treviso -  l’Italia poteva dirsi, finalmente, ‘una’. Ma il prezzo di quella unificazione non può tollerare alcuna forma di apoteosi sacrificale. Seicentomila soldati italiani furono trucidati «sotto l’alta guida di S.M. il Re, duce supremo» (come recita il noto Bollettino della Vittoria); 240.000 tra italiani e tedeschi caddero nella sola Battaglia del Solstizio, combattuta sul fronte del Piave tra il 15 e il 23 giugno 1918…”

 

RIVOLGERSI AGLI OSSARI

 

Rivolgersi agli ossari. Non occorre biglietto.
Rivolgersi ai cippi. Con il più disperato rispetto.
Rivolgersi alle osterie. Dove elementi paradisiaci aspettano.
Rivolgersi alle case. Dove l'infinitudine del desìo
(vedila ad ogni chiusa finestra) sta in affitto.

E la radura ha accettato più d'un frondoso colloquio
ormai, dove, ahi,
si esibì la più varia mostra dei sangui
il più mistico circo dei sangui. Oh quanti numeri, e rancio
speciale.
Urrah.
Vorrei bucarmi di ogni chimica rovina
per accogliere tutti, in anteprima,
nello specchio medicato d'infinitudini e desii
di quel circo i fermenti gli enzimi
dentro i succhi più sublimi dell'alba, dell'azione, in piena
diana.
E si va.
E si va per ossari. Essi attendono
gremiti di mortalità lievi ormai, quai gemme di primavera,
gremiti di bravura e di paura. A ruota libera, e si va.
Buoni, ossari-tante morti fuori del qualitativo divario
onde si sale a sicurezze di
cippo,
fuori del gran bidone (e la patria bidonista,
che promette casetta e campicello
e non li diede mai, qui santità mendica, acquista).
Hanno come un fervore di fabbrica gli ossari.
Vi si ricevono ordini, ordinazioni eterne. Vi si smista.
All'asilo, certi pazzi-di-guerra, ancora vivi
allevano maiali; traffici con gli ossari.
Mi avete investito, lordato tutto, eternizzato tutto, un fiotto
di sangue.

Arteria aperta il Piave, né calmo né placido
ma soltanto gaiamente sollecito oltre i beni i mali e simili
e tutto solletichìo di argenti, nei suoi intenti, a dismisura.
Padre e madre, in quel nume forse uniti
tra quell'incoercibile sanguinare
ed il verde e l'argenteizzare altrettanto incoercibili,
in quel grandore dove tutti i silenzi sono possibili
voi mi combinaste, sotto quelle caterve di
os-ossa, ben catalogate, nemmeno geroglifici, ostie
rivomitate ma come in un più alto, in un aldilà d'erbe e
d'enzimi
erbosi assunte,
in un fuori-luogo che su me s'inclina e domina
un poco creandomi, facendomi assurgere a
Così che suono a parlamento
per le balbuzie e le più ardue rime,
quelle si addestrano e rincorrono a vicenda,
io mi avvicendo, vado per ossari, e cari stinchi e teschi
mi trascino dietro dolcissimamente, senza o con flauto magico
Sempre più con essi, dolcissimamente, nella brughiera
io mi avvicendo a me, tra pezzi di guerra sporgenti da terra,
si avvicenda un fiore a un cielo
dentro le primavere delle ossa in sfacelo,
si avvicenda un si a un no, ma di poco
differenziati, nel fioco
negli steli esili di questa pioggia, da circo, da gioco.

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