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La grandezza dell’Italia nel passato e la penosa situazione che ha sotto gli occhi portano Dante Alighieri a una violenta invettiva contro il Bel Paese. Nel canto VI del Purgatorio, l’affettuoso incontro di due concittadini mantovani, Sordello e Virgilio, suscita in Dante una amara e spietata apostrofe contro l’Italia del suo tempo, terra di tiranni, di dolore e di malcostume, simile a una nave senza capitano nel mare in tempesta. Gli abitanti di una stessa città si odiano e si dilaniano e non c’è pace in nessuna zona. L’opera dell’imperatore Giustiniano, che aveva dato adeguate leggi all’Italia, risulta inutile, perché le leggi non  vengono fatte rispettare. Gli ecclesiastici, invece di dedicarsi alle cose sacre, si appropriano del potere laico, in mancanza dell’autorità politica voluta da Dio stesso per tenere a freno l’Italia, simile a una cavalla selvaggia  ...

Manca l’autorità imperiale, perché Rodolfo d’Asburgo e suo figlio Alberto non si interessano dell’Italia, giardino dell’Impero. Dante invita quindi il loro successore, Enrico VII di Lussemburgo, a venire a vedere la discordia che regna in Italia, un paese che, come una sposa abbandonata, lo attende piangendo notte e giorno. Sembra che anche Cristo l’abbia dimenticata, forse per un bene maggiore futuro. L’invettiva contro l’Italia si conclude con una ironica sferzata a Firenze, che fa leggi che non durano da ottobre a novembre.

La sferzata all’Italia nasce da uno sconfinato amore del poeta fiorentino per quello che proprio lui ha definito Il Bel Paese. “Che Dante non amasse l’Italia – spiega Ugo Foscolo – chi mai vorrà dirlo? Anch'ei fu costretto, come qualunque altro l'ha mai veracemente amata, o mai l'amerà, a flagellarla a sangue, e mostrarle tutta la sua nudità, sì che ne senta vergogna. (da Discorso sul testo del poema di Dante).

L’Italia (umile) sognata da Dante ha un modello: Camilla, la leggendaria vergine guerriera, di cui parla il libro XI dell’Eneide di Virgilio. Camilla rievoca le amazzoni Ippolita e Pentesilea, Giuturna la sorella di Turno amata da un dio, la saracena Clorinda, la pulzella d’Orleans Santa Giovanna d’Arco. Emula di Diana, alla quale il padre la consacrò ancora in fasce, Camilla rappresenta il popolo italico che lotta per la propria libertà e Dante le rende onore nella Divina Commedia, ricordandola come la prima martire per la libertà della nostra patria: di quell’umile Italia fia salute / per cui morì la vergine Cammilla” (Inferno, canto I, 106-107). (F.d'A.)

© RIPRODUZIONE RISERVATA

Ma vediamo l’appassionata sferzata dantesca nel Canto VI del Purgatorio.

 

PURGATORIO

Canto VI - versi 76-151

 

  Ahi serva Italia, di dolore ostello,

nave sanza nocchiere in gran tempesta,

non donna di province, ma bordello!

 

  Quell'anima gentil fu così presta,

sol per lo dolce suon de la sua terra,

di fare al cittadin suo quivi festa;

 

  e ora in te non stanno sanza guerra

li vivi tuoi, e l'un l'altro si rode

di quei ch'un muro e una fossa serra.

 

  Cerca, misera, intorno da le prode

le tue marine, e poi ti guarda in seno,

s'alcuna parte in te di pace gode.

 

  Che val perché ti racconciasse il freno

Iustiniano, se la sella è vota?

Sanz'esso fora la vergogna meno.

 

  Ahi gente che dovresti esser devota,

e lasciar seder Cesare in la sella,

se bene intendi ciò che Dio ti nota,

 

  guarda come esta fiera è fatta fella

per non esser corretta da li sproni,

poi che ponesti mano a la predella.

 

  O Alberto tedesco ch'abbandoni

costei ch'è fatta indomita e selvaggia,

e dovresti inforcar li suoi arcioni,

 

  giusto giudicio da le stelle caggia

sovra 'l tuo sangue, e sia novo e aperto,

tal che 'l tuo successor temenza n'aggia!

 

  Ch'avete tu e 'l tuo padre sofferto,

per cupidigia di costà distretti,

che 'l giardin de lo 'mperio sia diserto.

 

  Vieni a veder Montecchi e Cappelletti,

Monaldi e Filippeschi, uom sanza cura:

color già tristi, e questi con sospetti!

 

  Vien, crudel, vieni, e vedi la pressura

d'i tuoi gentili, e cura lor magagne;

e vedrai Santafior com'è oscura!

 

  Vieni a veder la tua Roma che piagne

vedova e sola, e dì e notte chiama:

«Cesare mio, perché non m'accompagne?».

 

  Vieni a veder la gente quanto s'ama!

e se nulla di noi pietà ti move,

a vergognar ti vien de la tua fama.

 

  E se licito m'è, o sommo Giove

che fosti in terra per noi crucifisso,

son li giusti occhi tuoi rivolti altrove?

 

  O è preparazion che ne l'abisso

del tuo consiglio fai per alcun bene

in tutto de l'accorger nostro scisso?

 

  Ché le città d'Italia tutte piene

son di tiranni, e un Marcel diventa

ogne villan che parteggiando viene.

 

  Fiorenza mia, ben puoi esser contenta

di questa digression che non ti tocca,

mercé del popol tuo che si argomenta.

 

  Molti han giustizia in cuore, e tardi scocca

per non venir sanza consiglio a l'arco;

ma il popol tuo l'ha in sommo de la bocca.

 

  Molti rifiutan lo comune incarco;

ma il popol tuo solicito risponde

sanza chiamare, e grida: «I' mi sobbarco!».

 

  Or ti fa lieta, ché tu hai ben onde:

tu ricca, tu con pace, e tu con senno!

S'io dico 'l ver, l'effetto nol nasconde.

 

  Atene e Lacedemona, che fenno

l'antiche leggi e furon sì civili,

fecero al viver bene un picciol cenno

 

  verso di te, che fai tanto sottili

provedimenti, ch'a mezzo novembre

non giugne quel che tu d'ottobre fili.

 

  Quante volte, del tempo che rimembre,

legge, moneta, officio e costume

hai tu mutato e rinovate membre!

 

  E se ben ti ricordi e vedi lume,

vedrai te somigliante a quella inferma

che non può trovar posa in su le piume,

 

  ma con dar volta suo dolore scherma.

 

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