Il 25 marzo in Italia si celebra il «Dantedì», la giornata nazionale dedicata alla memoria di Dante Alighieri. Da tempo studiosi e attenti alla tradizione letteraria e storica non solo italiana chiedevano che venisse ufficializzata una data dedicata al ricordo del padre della nostra lingua, perché Dante è la nostra storia, la nostra identità. E il 17 gennaio 2020 il Consiglio dei Ministri ha approvato la direttiva che ha istituito il giorno in onore del poeta fiorentino. Una scelta importante anche in vista delle celebrazioni del 2021 per i 700 anni ...

dalla sua scomparsa.

La data scelta per la celebrazione annuale del Dantedì è il 25 marzo, ritenuta da molti studiosi come quella del possibile inizio del suo viaggio nell’aldilà della Divina Commedia. L’idea di dedicare un giorno al padre della lingua italiana è stata proposta dal giornalista e scrittore Paolo Di Stefano e dal Corriere della Sera, il termine Dantedì è stato coniato dal linguista e presidente onorario dell’Accademia della Crusca Francesco Sabatini, la proposta al Governo è stata presentata dal ministro dei Beni culturali Dario Franceschini.

Dante esprime l’Italia molto prima dell’unità politica del nostro Paese, estende lo sguardo al passato e al futuro, guarda all’Europa e al mondo con il sogno di una umanità in cammino verso la felicità. Espressione del Medioevo, il Sommo Poeta è anticipatore dell’Umanesimo e anche della modernità, ha profonde radici nell’antichità classica e anticipa le inquietudini del mondo globalizzato con l’invito a seguire “virtute e canoscenza”, è un simbolo dell’Italia e anche una voce dell’Europa e dell’umanità di cui ci sono forti echi nella Divina Commedia.

Con la celebrazione del Dantedì la grande tradizione letteraria italiana si allinea alle identità culturali dei grandi Paesi che celebrano i loro migliori scrittori e poeti, come la Spagna per Cervantes, l’Irlanda per Joyce, l’Inghilterra per Shalespeare. E l’auspicio è che il 25 marzo si moltiplichino in Italia e nel mondo iniziative per riproporre Dante Alighieri, come ad esempio fa l’Irlanda, che il 16 giugno celebra il Bloomsday, dal cognome del protagonista dell'Ulisse, il romanzo più famoso di James Joyce. Per questa ricorrenza ogni anno si tengono letture pubbliche, mostre, convegni, spettacoli, incontri conviviali con pranzi e cene a tema e si mobilitano scuole, università, piazze, biblioteche, musei, teatri, giornali, tv e anche cinema, discoteche, ristoranti e bar, a Dublino dove Joyce è nato e in tutta l’Irlanda ma anche all’estero, dagli Stati Uniti alla Russia, dalla Francia alla Cina, all’Italia. In una lettera a Nora, che sarà sua moglie, Joyce scrive: «La mia anima è a Trieste».

Per il critico letterario e traduttore francese della Commedia, René de Ceccatty, «Dante rappresenta molto più di un ricordo scolastico, ha un’importanza per la lingua italiana ma anche per l’identità europea. Ecco perché il Dantedì dovrebbe estendersi oltre i confini italiani, perché il poeta ha un respiro ampio, incarna l’intera cultura latina e la cultura cattolica ma in una prospettiva critica: dunque è utile riflettere sulla sua opera ma anche sul ruolo che ha avuto nella storia politica. Abbiamo bisogno di gente come lui, gente che non rifiuta il legame con la cultura cristiana e che nel contempo manifesta un distacco rispetto alla Chiesa temporale sottolineando la distanza tra i Papi e il Vangelo. Bisogna ricordare che, celebrando Dante, celebriamo un personaggio dell’esilio in un momento in cui l’Italia e l’Europa rifiutano gli esiliati. Dante è un paradosso, non può essere un eroe interamente positivo, continua a porre interrogativi: non possiamo ignorare che il fondatore della lingua italiana era un esiliato».

Il Dantedì estende e fissa al 25 marzo le celebrazioni per rivivere la poesia e il mondo del poeta fiorentino, che dal 1889 è commemorato dalla Società Dante Alighieri, fondata da un gruppo di intellettuali guidati da Giosue Carducci allo scopo di «tutelare e diffondere la lingua e la cultura italiane nel mondo, ravvivando i legami spirituali dei connazionali all’estero con la madre patria e alimentando tra gli stranieri l’amore e il culto per la civiltà italiana». (Felice d’Adamo)

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