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L'ITALIA NELLA STORIA

* 28 luglio 1480: il sultano Maometto II con la flotta navale turca sferra un grande attacco all'Italia con la Battaglia di Otranto (Lecce).

* 28 luglio 1914: inizio della Prima Guerra Mondiale.

* 28 luglio 1944: Follo: rappresaglia nazifascista con distruzione del vecchio centro storico di Follo Castello (La Spezia), paese ritenuto covo di partigiani.

INCIPIT L'inizio di ...

Il dottor Živago

di Boris Pasternàk

(Russia 1890-1960)

Andavano e sempre camminando cantavano eterna memoria, e a ogni pausa era come se lo scalèpiccio, i cavalli, le folate di vento seguitassero quel canto.

I passanti facevano largo al corteo, contavano le corone, si segnavano. I curiosi, mescolandosi alla fila, chiedevano: “Chi è il morto?” La risposta era: Živago.” “Ah! Allora si capisce.” “Ma non lui. La moglie.” “E’ lo stesso. Dio l’abbia in gloria. Gran bel funerale.”

Scoccarono gli ultimi minuti, scanditi, irrevocabili …

Una vetrina fra i mari

Una splendida vetrina del made in Italy fra i mari è certamente Fincantieri. Un colosso a elevatissima professionalità e di grande prestigio ovunque nel mondo che, con le sue soluzioni d'avanguardia e l'eleganza tutta italiana, ai successi del passato aggiunge brillanti prospettive. Si è chiusa la  … - LEGGI TUTTO

Cara italia, ...

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Non c’era ancora l’Italia, ma c’erano gli italiani. Nel Decameron di Giovanni Boccaccio (1313-1375) per la prima volta si parla esplicitamente di italiani, nella nona novella della seconda giornata. L’allegra brigata, che si era allontanata dalla città per sfuggire alla grande peste del Trecento, trascorreva il tempo raccontando tante storie e in una delle cento novelle si parla dei mercanti italiani.  

«Si trovavano a Parigi in un albergo - si legge nella nona novella della seconda giornata - alcuni ricchissimi mercanti italiani, chi per un affare chi per un altro, come si usava; una sera, dopo aver ...

tutti lietamente cenato, cominciarono a parlare di diverse cose e, di ragionamento in ragionamento, giunsero a parlare delle loro mogli, che avevano lasciate a casa».

Successivamente, nella stessa novella, si parla dei diversi gruppi di mercanti italiani e, dopo l’esplicito riferimento a siciliani, pisani, genovesi, veneziani, si parla di altri italiani. «Sicurano (nome maschile preso dalla protagonista), che era il comandate dei mercanti edegli affari del Sultano, giunto a San Giovanni d’Acri, mentre svolgeva il suo lavoro vide molti mercanti siciliani, pisani, genovesi, veneziani e altri italiani e con loro parlava volentieri ricordando la sua terra».

La nona novella della seconda giornata parla di Bernabò da Genova che, ingannato da Ambrogiuolo, perde i suoi averi e ordina che la moglie innocente sia uccisa. La donna si salva e, vestita da uomo, diventa comandante degli affari commerciali del Sultano. Poi ritrova l’ingannatore, conduce Bernabò ad Alessandria, dove, punito l’ingannatore, ripresi gli abiti femminili, ritorna ricca a Genova con il marito.  

Ed ecco il testo integrale della divertente novella, riportata in italiano contemporaneo:

 

«Avendo finito Elissa, dovevano raccontare solo Filomena, la regina, e Dioneo, al quale la regina aveva promesso che avrebbe raccontato per ultimo.

Cominciò, dunque, Filomena dicendo che tra la gente del popolo era diffuso un proverbio che diceva che spesso l’ingannatore rimaneva ai piedi dell’ingannato. Ella col suo racconto voleva dimostrare la verità del proverbio che poteva essere utile a tutti.

Si trovavano a Parigi in un albergo alcuni ricchissimi mercanti italiani, chi per un affare chi per un altro, come si usava; una sera, dopo aver tutti lietamente cenato, cominciarono a parlare di diverse cose e, di ragionamento in ragionamento, giunsero a parlare delle loro mogli, che avevano lasciate a casa. Uno, scherzando, disse che non sapeva che faceva sua moglie a casa, ma egli se si presentava una giovinetta, non se la lasciava scappare, separando il lato dell’amore da quello del piacere.

Così discorrevano supponendo che anche le loro mogli lasciate a casa, si dessero da fare, senza perder tempo. Solo Bernabò Lomellin da Genova sostenne il contrario, dicendo che sua moglie, bella, giovane e onesta come nessun’altra in Italia, si dedicava in casa ai ricami di seta ed altre cose meglio di chiunque altra.

Sostenne che tutta la servitù l’amava perché era gentile, saggia e discreta.

Continuò lodando la moglie perché sapeva cavalcare, aveva un uccello e sapeva leggere, scrivere e far di conto come un mercante. Infine, concluse col dire che non si poteva trovare nessuna donna casta e onesta come lei, che, in dieci anni di matrimonio, non era mai uscita di casa, né aveva mai parlato con uomini.

Tra i mercanti c’era un certo Ambrogiuolo da Piacenza che, udendo le lodi che Bernabò faceva della moglie, si sganasciò dalle risate, sostenendo che non era possibile tanta onestà. Infatti Dio creò l’uomo, l’essere perfetto, saldo nella sua fermezza, e dopo di lui la donna, che invece era mobile e poteva essere facilmente tentata dalle preghiere, dalle lusinghe, dai doni di un uomo che l’amasse, e continuò così per molto tempo.

Un po’ turbato Bernabò rispose che non era un filosofo ma un mercante e come mercante avrebbe risposto. Sapeva bene che questo poteva accadere alle donne stolte, che non avevano vergogna, mentre quelle oneste, come sua moglie, quando avevano a cuore il loro amore, diventavano più forti degli uomini.

Ambrogiuolo ribattè che, se per ogni tradimento fosse comparso sulla fronte delle donne un bel corno, certamente non lo avrebbero fatto, in verità non tradivano i mariti solo quelle che non erano pregate da alcuno o, pregando loro stesse, non erano accontentate.

Concluse, infine, dicendo che se fosse stato vicino alla santissima donna di Bernabò in poco tempo l’avrebbe conquistata. Bernabò, infastidito, propose una scommessa: si sarebbe fatto tagliare la testa se l’altro avesse convinto sua moglie al tradimento, se invece non ci riusciva l’avversario avrebbe perso solo mille fiorini d’oro. Ambrogiuolo modificò la posta proponendo di incontrarsi, passati tre mesi, nuovamente a Parigi.

Se la donna, nel frattempo, aveva ceduto alle lusinghe del mercante, Bernabò doveva pagare cinquemila fiorini d’oro, meno cari della sua testa; se la donna aveva resistito, Ambrogiuolo avrebbe pagato i mille fiorini già pattuiti. Concordarono in tal modo e l’obbligazione fu messa per iscritto, con le firme di entrambi, anche se i compagni lo sconsigliavano, temendo che potesse venirne un gran male.

Giunto a Genova, il mercante cominciò ad informarsi sulle abitudini della donna, si rese conto che Bernabò aveva detto la verità sull’onestà e i costumi della moglie e gli parve di essersi imbarcato in una impresa folle.

Pure non desistette e, avvicinata una povera donna, che serviva in casa di Bernabò, la corruppe con il denaro perché lo portasse nella camera della gentildonna in una cassa, dove rimase fino a notte inoltrata.

Quando fu sicuro che la donna dormiva, aperta la cassa, uscì nella camera illuminata da un lume.

Si guardò intorno molto attentamente, per imprimere nella memoria tutti i particolari. Poi, avvicinatosi al letto dove la donna dormiva profondamente, con accanto una bambina, la scoprì tutta e vide che sotto la mammella sinistra aveva un neo, intorno al quale erano alcuni peluzzi biondi come oro.

Non si arrischiò a coricarsi vicino a lei, anche se lo desiderava ardentemente, per timore che si potesse svegliare. Rimase nella camera buona parte della notte, prese una borsa, una sottoveste, un anello e una cintura e ritornò nella cassa.

Così fece per due notti senza che la donna si accorgesse di nulla.

Il terzo giorno ordinò alla serva di portare via la cassa da cui prontamente uscì.

Ricompensata la domestica, portando con sé le cose che aveva preso nella camera, tornò a Parigi prima che scadesse il termine. Colà, alla presenza dei mercanti, comunicò a Bernabò di aver vinto la scommessa e portò come prova le cose che aveva preso, fingendo di averle avute dalla donna, infine, descrisse la forma della camera e i dipinti che vi erano.

Il genovese ammise che la camera era così e che le cose che il furfante aveva mostrato erano della sua donna, ma ribatteva che aveva potuto averle da un servitore.

Alfine, per eliminare ogni dubbio, Ambrogiuolo disse che madonna Ginevra aveva un neo ben grandicello, sotto la mammella sinistra, intorno al quale c’erano forse sei peluzzi come oro.

Nell’udire ciò Bernabò provò un colpo al cuore, impallidì tutto, perché quella era la prova inconfutabile che Ambrogiuolo aveva detto la verità. Pagò, dunque, i 5000 fiorini d’oro e, adirato contro la sua donna, venne a Genova.

Si fermò a venti miglia dai suoi possedimenti e scrisse alla moglie di andargli incontro. Affidò ad un servo la lettera, gli ordinò di uccidere la donna senza pietà e di tornare da lui.

Il giorno dopo, durante il viaggio, il servo, per obbedire agli ordini del padrone, tirò fuori un coltello e disse alla nobildonna di raccomandare l’anima a Dio. La donna, presa da un grande spavento, gli chiese perché voleva ucciderla, il poveretto rispose che quello era l’ordine del marito e che non poteva disobbedire, anche se non conosceva il motivo. La donna lo supplicò, per amor di Dio, di non diventare un assassino, lei non aveva commesso nessuna colpa. Pensò, allora, di far piacere sia a Dio che a suo marito, dette al servo i suoi abiti e prese da lui un farsetto e un cappuccio.

Gli disse, poi, di ritornare da Bernabò e di dire che l’aveva uccisa.

Il servitore, avendone pietà, assecondò il piano, le dette il farsetto, il cappuccio, un po’ di soldi e, raccomandandole di fuggire, la lasciò ai piedi del vallone. Andò dal padrone e gli disse che l’aveva uccisa e aveva lasciato il corpo ai lupi.

Bernabò a Genova fu molto biasimato per il fatto.

La donna, rimasta sola, sconsolata, vestita da uomo, andò ad un villaggio lì vicino.

Procuratasi da una vecchia quello che le serviva, accorciatosi il gilè, fattasi una camicia, tagliatisi i capelli, si trasformò in un marinaio e andò verso il mare. Qui si imbattè in un gentiluomo catalano di nome En Carach, che, sceso dalla nave, era andato ad Alba per rinfrescarsi ad una fontana.

Il marinaio disse che si trovavano tra la Francia e la Liguria, di chiamarsi Sicurano da Finale (Ligure) e chiese di imbarcarsi. Il nobiluomo lo assunse al suo servizio e lo apprezzò molto per la grande laboriosità e devozione. Un bel giorno, il catalano, con la sua nave, approdò ad Alessandria per commerciare, mostrò al Sultano alcuni falchi da caccia ammaestrati e glieli regalò.

Il Sultano, non contento del dono, avendo apprezzato i modi di Sicurano, chiese al mercante di lasciarglielo come servitore. Il giovane si fece molto stimare dal Sultano, come aveva fatto con il catalano.

Frattanto, come ogni anno, si doveva organizzare in San Giovanni d’Acri (Siria), che era sotto il governo del Sultano, una importante fiera, con un gran raduno di mercanti sia saraceni che cristiani. Perché i mercanti e le loro mercanzie fossero al sicuro, il sovrano era solito mandare un esercito con un comandante e molte guardie a sorvegliare, scelse come comandante Sicurano (nome maschile preso dalla protagonista). Costui era il comandate dei mercanti e degli affari del Sultano e, giunto a San Giovanni d’Acri, mentre svolgeva il suo lavoro vide molti mercanti siciliani, pisani, genovesi, veneziani e altri italiani e con loro parlava volentieri ricordando la sua terra In Acri Sicurano, signore e capitano della guardia, fece molto bene il suo lavoro e conobbe molti mercanti della sua terra, andando in giro per la fiera.

Un giorno, giunto davanti ad un magazzino veneziano, vide, tra le altre cose, una borsa ed una cintura che erano state sue. Si meravigliò e, senza darlo a vedere, chiese di chi erano e se il proprietario voleva venderle.

Il negozio apparteneva ad Ambrogiuolo da Piacenza che, per caso, era venuto in fiera con le sue mercanzie su una nave veneziana. Sentita la richiesta, il mercante si mise a ridere e non volle vendere la borsa e la cintura. Raccontò che quelle cose, insieme con altre, gliele aveva donate una gentildonna di Genova, chiamata Ginevra, moglie di Bernabò Lomellino, una notte che era stato con lei, come pegno del suo amore.

Continuava a ridere perché Bernabò, da stupido qual era, aveva scommesso 5000 fiorini d’oro sull’onestà della donna, contro i suoi 1000 fiorini.

Aggiunse, ancora, che Bernabò avrebbe dovuto punire sé stesso piuttosto che la donna, che aveva fatto quello che tutte le donne fanno. E concluse dicendo che aveva sentito che il mercante, ritornato a Genova, aveva fatto uccidere la moglie.

Sicurano, sentendo ciò, comprese la ragione dell’ira del marito verso di lei e la causa del suo male e decise di vendicarsi. Finse, comunque, di divertirsi molto al racconto e diventò molto amico di Ambrogiuolo, tanto che, finita la fiera, lo fece andare con lui ad Alessandria, gli fece aprire un negozio e gli diede molti soldi suoi.

Poi cercò in tutti i modi di far andare ad Alessandria Bernabò, che si era ridotto assai male, con alcuni mercanti genovesi e lo fece alloggiare presso dei suoi amici.

Pregò, poi, il Sultano, al quale Ambrogiuolo aveva raccontato, tra molte risate, la vicenda, di fare venire in sua presenza Ambrogiuolo e Bernabò, per farsi dire dal furfante, in presenza di Bernabò, la verità su ciò che era avvenuto con Ginevra e come aveva vinto i 5000 fiorini d’oro.                              

L’imbroglione, minacciato severamente sia dal sultano che da Sicurano, fu costretto a raccontare come era andato veramente il fatto.

Sicurano, allora, si rivolse a Bernabò e gli chiese che cosa aveva fatto alla sua donna per quella bugia, l’uomo rispose che l’aveva fatta uccidere da un suo servo e che era stata divorata dai lupi.

Chiarita tutta la storia, Sicurano chiese al Sultano di voler punire l’ingannatore e perdonare l’ingannato, mentre lui avrebbe fatto venire alla presenza di tutti la donna.

Il Sultano lo volle accontentare e gli ordinò di far venire la donna.

Di fronte a Bernabò, che la credeva morta, e a Ambrogiuolo, che temeva il peggio, Sicurano, gettatosi ai piedi del Sultano, rivelò che era Ginevra e che sotto vesti maschili, per sette anni, era andata in giro miseramente, falsamente accusata da un traditore e mandata ad uccidere dal marito, uomo crudele ed iniquo.

Si stracciò i panni di dosso e mostrò il petto, affinché fosse chiaro a tutti che era femmina e rivolta ad Ambrogiulo gli chiese quando mai era giaciuto con lei, come fino ad allora si era vantato.

Il bugiardo, riconoscendola, rimase muto per la vergogna.

Il Sultano, che l’aveva conosciuta come uomo, si meravigliò molto e lodò sommamente la virtù e l’onestà di Ginevra. Le fece indossare ricchi abiti femminili e fece venire molte donne che le tenessero compagnia. Perdonò Bernabò, come la donna aveva chiesto ed ella, sebbene non ne fosse degno, l’abbracciò teneramente.

Il sovrano comandò, poi, che Ambrogiuolo fosse legato ad un palo, al sole, unto di miele e lì rimanesse fino alla morte. E così fu fatto.

Comandò, ancora, che fosse donato a Ginevra tutto ciò che era appartenuto al condannato, del valore di diecimila doppie. Per onorare quella donna molto valorosa fece preparare una grande festa e le donò gioielli e vasi d’oro e d’argento, del valore di altre diecimila doppie.

Infine, data loro una nave, fece tornare marito e moglie a Genova, ricchissimi e felici.

A Genova, Ginevra, creduta morta, fu accolta con grandi onori.

Ambrogiuolo, nello stesso giorno, fu legato al palo e unto di miele e non solo fu ucciso ma fu divorato fino alle ossa da mosche, vespe e tafani. Le sue ossa bianche rimasero lì per molto tempo a testimonianza della sua malvagità. E così “l’ingannatore rimase ai piedi dell’ingannato”».

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«L’educazione è l’arma più potente che si può usare per cambiare il mondo». (Nelson Mandela, presidente del Sudafrica, 1918-2013)

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(Roma 1912-1985)

Lei pure, come il famoso Panda Minore della leggenda, stava sospesa in cima a un albero dove le carte temporali non avevano più corso. Essa, in realtà, era morta insieme al suo pischelletto Useppe (al pari dell’altra madre di costui, la pastorella maremmana). Con quel lunedì di giugno 1947, la povera storia di Iduzza Ramundo era finita.

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