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Nel cuore di Vienna, a breve distanza dal Palazzo imperiale Hofburg, c’è la Cripta Imperiale, dove sono sepolti 149 membri della dinastia imperiale degli Asburgo, inclusi 12 imperatori e 19 imperatrici e regine. La storica cripta si trova sulla piazza del Neuer Markt nella chiesa di Santa Maria degli Angeli, custodita dai frati cappuccini. La Cripta Imperiale è perciò conosciuta anche come la Cripta dei Cappuccini (Kapuzinergruft).

Il drammaturgo Franz Werfel in Nel crepuscolo di un mondo. Storie borghesi della ...

vecchia Austria parla della Cripta dei Cappuccini rievocando la fine dell’Impero asburgico con la morte dell’imperatore Francesco Giuseppe e riproponendo il secolare e solenne rito di ingresso nella cripta. La Cripta dei Cappuccini è anche il titolo di un romanzo di Joseph Roth, uno dei capolavori della letteratura mitteleuropea, ispirato alla finis Austriae ossia al crepuscolo dell'Impero austriaco con il suo variegato mondo di culture, arti e religioni. Storie e memorie d'Europa rivivono in due celebri brani di Franz Werfel e Joseph Roth:

 

L’imperatore: «Un povero peccatore!» e la porta si apre

«Il convoglio con la salma dell’Imperatore sostò al Mercato Nuovo davanti al convento dei Cappuccini, che custodiscono nella loro cripta le spoglie mortali dei sovrani absburgici. La bassa porta del convento è chiusa, come se oggi fosse un giorno simile a tutti gli altri. Allora si avanza il gran cerimoniere di corte dell'Imperatore e con il suo bastone delle cerimonie bussa con forza alla porta di legno. Dall'interno echeggiante dell'atrio del convento risuona la voce di un frate: «Chi chiede di entrare?» Il gran cerimoniere di corte si rizza nella persona e risponde chiaro e reciso, accentuando ad alta voce ogni sillaba del seguente «Gran Titolo»: «Sua Maestà apostolica imperiale e reale Francesco Giuseppe, Imperatore d'Austria, Re d'Ungheria, Re di Boemia, Re del Lombardo-Veneto, Re di Galizia e Lodomeria, Re di Croazia e ...

Slavonia, Re di Gerusalemme, Granduca dell'Austria superiore e inferiore, Duca di Stiria, Salisburgo, Carinzia, Carniola e della Marca slovena, Duca di Slesia, Duca di Bucovina, Margravio di Moravia, Conte principesco del Tirolo, Signore di Trieste».
Ancora una volta l'Impero fiammeggia, nei nomi dei paesi indicati dal «Gran Titolo», in tutta la sua grandezza e la sua gloria. Ma la voce del frate invisibile risponde: «Non lo conosco».

Il gran cerimoniere di corte bussa per la seconda volta! Seconda domanda del frate! Il gran cerimoniere risponde col cosiddetto «Piccolo Titolo», che è una modesta concentrazione del Grande Titolo. Ora l'Impero viene ristretto ai nomi e alle dignità più importanti. E di nuovo la voce del frate: «Non lo conosco».

Il gran cerimoniere batte per la terza volta! Terza domanda del frate! Terza risposta: «Un povero peccatore!»

«Lo conosco».

La porta del convento si apre. Alla luce fumosa delle fiaccole l'Imperatore e il suo Impero scendono vacillando entro la cripta dei padri. Il crepuscolo ha ceduto alla notte». (Franz Werfel)

 

Tutto è cambiato. «Dove devo andare, ora, io, un Trotta?…»

Il protagonista de La cripta dei Cappuccini di Joseph Roth, Francesco Ferdinando Trotta, torna a Vienna nel 1918, dopo la prigionia durante la Grande Guerra, e trova ad accoglierlo un’aristocrazia viennese che non riconosce più, uno stato con un nuovo ordinamento e un mondo borghese che non accetta. E’ spaesato e poi si ritrova nel suo bar, deserto, a chiedere un conto al cameriere Franz. Nessuno risponde, il cameriere Franz, così come l’imperatore Francesco Giuseppe, non c’è più. A quel punto Trotta non può far altro che accettare il declino del suo modo di intendere le cose nel suo mondo e si avvia, con una struggente nostalgia, alla Cripta de Cappuccini.

«Cominciavo a sentirmi inquieto e allora chiamai: «Franz, il conto!», come sempre ogni sera. Ma non venne il cameriere Franz, bensì il cane da guardia che si chiamava Franz anche lui e che io in verità non avevo mai potuto soffrire. Era di colore giallo sabbia e aveva gli occhi cisposi e il muso bavoso. Io non amo le bestie e ancor ameno quelle persone che amano le bestie. [...] E dalla chiesa di San Pietro non giungeva il suono delle campane. E io non ho mai un orologio con me, e non sapevo che ora fosse.

«Franz, il conto!» dissi al cane e lui mi saltò in grembo. Presi un pezzetto di zucchero e glielo porsi. Non lo prese. Si limitò a guaire. E subito dopo mi leccò la mano, dalla quale non aveva accolto il dono. Spensi ora una candela. L’altra la staccai dal finto marmo e andai alla porta e con la pertica alzai la saracinesca dall’interno. In realtà volevo sfuggire al cane e al suo amore. Quando uscii sulla strada, la pertica in mano per tirare giù di nuovo la saracinesca, vidi che il cane Franz non mi aveva lasciato. Mi seguiva. Non poteva restare, Era un cane vecchio. Come minimo aveva servito il caffè Lindhammer per dieci anni, come io l’imperatore Francesco Giuseppe; e ora non poteva più farlo. Ora nessuno di noi due poteva più farlo. «Il conto, Franz!» dissi al cane. Mi rispose con un guaito. L’alba spuntava su quelle croci totalmente estranee. Trascorreva un vento leggerei e faceva dondolare i vecchi lampioni che ancora non si erano spenti, non questa notte. Camminavo per strade deserte, con un cane sconosciuto. Era deciso a seguirmi. Dove? – Io ne sapevo quanto lui.

La Cripta dei Cappuccini, dove giacciono i miei imperatori, sepolti in sarcofaghi di pietra, era chiusa. Il frate cappuccino mi venne incontro e chiese: «Che cosa desidera?» «Voglio visitare il sarcofago del mio imperatore Francesco Giuseppe» risposi.

«Dio la benedica!» disse il frate, e fece sopra di me il segno della croce.

«Dio conservi!» gridai.

«Zitto!» disse il frate.

Dove devo andare, ora, io, un Trotta?…

(a cura di Felice d'Adamo)

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