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Volti del Made in Italy

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Lo usiamo tutti, più volte al giorno. Lo conoscono in molti, anche all’estero. Il saluto «ciao» è un chiaro segno della nostra lingua ed è la parola italiana più nota all’estero dopo «pizza», talmente comune che a volte la si esprime senza parlare, solo con un gesto della mano.

«Ciao» è cordialità, condivisione, familiarità, augurio, simpatia, ma può anche esprimere freddezza di rapporti e perfino l’amarezza di un addio. Molto dipende anche dal tono della voce e dall’espressione del volto, a testimonianza che è una parola che coinvolge tutta la personalità, anche nei momenti di noia o di stanchezza.

La fortuna internazionale della parola «ciao» è legata anche alla musica e a memorabili canzoni, dal valzer Ciao agli inizi del Novecento alla partigiana Bella ciao, da Ciao ciao, bambina di Domenico Modugno a Ciao, amore, ciao di Luigi Tenco, a ...

Ciao, stasera son qui di Louis Armstrong. Alla diffusione di «ciao» oltre i confini nazionali hanno contribuito anche le migrazioni degli italiani nel mondo, il cinema soprattutto del neorealismo e della commedia italiana, la pubblicità come quella del motorino Ciao della Piaggio, il logo della mascotte del Campionato mondiale di calcio disputato in Italia nel 1990. Ciao è anche il titolo di un libro del linguista Nicola De Blasi, edito dal Mulino, che approfondisce storia e significati del termine.

La parola «ciao» ha origini antiche, ma nell’attuale versione ha una storia relativamente recente. In un testo scritto la si ritrova per la prima volta in una lettera del tragediografo toscano Francesco Benedetti, che nel 1818 la attribuiva al saluto che confidenzialmente gli rivolgevano i milanesi quando andava alla Scala. E al celebre teatro milanese è legato anche il racconto dell’anno successivo in cui la scrittrice inglese Lady Sidney Morgan parla di questo saluto frequente fra alcuni spettatori. Risale al 1818 anche una lettera al marito della contessa veronese Giovanna Maffei, in cui si legge che il figlio bambino ha imparato a pronunciare il suo nome e che dice «ciao a Moti». «Ciaò, simpaticone» è il saluto riportato in italiano in un romanzo francese di Paul Bourget a fine Ottocento.

La radice antica del termine «ciao» la si ritrova nel latino «sclavum», a sua volta legato a «slavum» con riferimento alla schiavitù delle popolazioni slave dell’Illiria o della Dalmazia, anche se nella classicità il termine ‘schiavo’ è «servus». Attraverso i secoli la parola subisce mutazioni e da «sclavum» si giunge al veneziano «s’ciavo», ossia ‘schiavo’, per poi diventare «ciao». Alla fine del Medioevo si comincia a utilizzare «s’ciavo» (‘schiavo’) come saluto per esprimere rispetto e desiderio di mettersi a sua disposizione dell’altro come suo servo. Nella Venezia dei dogi dichiararsi «s’ciavo» diventa di uso comune: il termine si estende ai rapporti di affetto e gentilezza verso la donna, anche negli atteggiamenti di ‘cavalier servente’ e ‘cicisbeo’, lo si ritrova anche in diverse commedie di Goldoni. E «servus» è ancora oggi un saluto frequente in molte aree della Mitteleuropa, dalla Germania all’Ungheria, dall’Austria al nostro Alto Adige.

Oggi «ciao» è l’espressione confidenziale più comune e la si evita nei rapporti formali. L’uso ormai internazionale della parola, però, sta portando a un’estensione del termine anche ai rapporti meno familiari, anche perché chi non conosce bene la nostra lingua tende a non distinguere la gerarchia delle relazioni sociali. E tuttavia la parola «ciao» oggi è forse quella che meglio esprime l’atteggiamento di simpatia, accoglienza, generosità verso gli altri, oltre i confini nazionali e i tentativi di creare anacronistiche e pericolose barriere. (Felice d’Adamo)

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