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La donna senza nome
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INCIPIT L'inizio di ...

Le notti bianche

di Fëdor Dostoevskij

(Russia 1821-1881)

Era una notte incantevole, una di quelle notti che succedono solo se si è giovani, gentile lettore. Il cielo era stellato, sfavillante, tanto che, dopo averlo contemplato, ci si chiedeva involontariamente se sotto un cielo simile potessero vivere uomini irascibili e irosi. Gentile lettore, anche questa è una domanda proprio da giovani, molto da giovani, ma che il Signore la ispiri più spesso all’anima! ...

Verdi, mito italiano

Uno dei simboli dell’Italia nel mondo è Giuseppe Verdi, musicista fra i più coinvolgenti di tutti i tempi, celebrato ogni anno con innumerevoli iniziative e proposto nei più prestigiosi teatri internazionali. Dopo due secoli le sue opere continuano a essere di grande attualità e a suscitare emozioni e ... - LEGGI TUTTO

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La donna delle borse di plastica rigonfie da scoppiare, saliva lenta da via della Croce Rossa, il naso paonazzo già di prima mattina. Vestiva anche d’inverno un paio di fouseaux dei quali mal si riconosceva il colore originale che avrebbe potuto oscillare tra il giallo e il rosa chiaro; il capo sempre nudo, sotto il sole o la pioggia, i capelli ispidi che non conoscevano spazzola o pettine; una maglietta slabbrata e stinta, nella stagione buona, quando calzava un paio di infradito ormai approssimativi, o scarpe da tennis che denunciavano molte stagioni, quando arrivava il ...

freddo.

Nessuno conosceva il suo nome. Sbucava tra il disinteresse generale da qualche buco oscuro dell’immediata periferia, procedeva solitaria verso il centro, oscillando da destra a sinistra sui fianchi bassi, il broncio permanente sul volto indurito dalle sventure, riluttante a rispondere al saluto di qualche anima buona, pronta a lanciare strali d’ostilità se si sentiva osservata. La donna senza nome era entrata da decenni a far parte della variegata e minore umanità cittadina. Era diventata come una fontanella o una panchina del centro, che se ci sono te ne avvedi appena, ma se mancano, distrattamente ti chiedi che fine abbiano fatto. Dire che fosse amata è sicuramente eccessivo. Anche gli affetti minimi hanno bisogno di qualche corrispondenza. E lei era un riccio inarcato pronto a scagliare aculei, sia pure contro il vento. Una sorta di autodifesa non si sa da chi, per lei che era restia ad ogni cenno di benevolenza altrui.

Saliva verso il centro, dunque, le borse di plastica colme di tutti i suoi poveri averi: un giubbotto raggomitolato che indossava solo d’inverno, capi di vestiario raggrinziti e tenuti a forza nel fragile contenitore, cianfrusaglie raccolte per strada, in qualche cassonetto, quando si fermava a riprender fiato. Sembrava avesse calibrato anche i pesi per non oscillare maggiormente su un fianco più che sull’altro. Quando s’arrestava posava a terra le due borse, si guardava sospettosa attorno pronta a rifiutare ogni sorriso, e riprendeva la strada che l’avrebbe portata in Piazza Duomo, dove gironzolava tra le bancarelle della frutta, accettando magari qualche regalia.

Se c’era il sole si dilungava anche nel suo peregrinare; poi raggiungeva il bar aperto accanto alla Cattedrale, dove l’anima buona del proprietario le porgeva un caffè, che lei sorbiva avidamente in silenzio, come in silenzio se ne andava, senza accennare neppure a un grazie perché lei era così, povera di tutto, anche di parole. L’ultima visita era alla Caritas, all’ingresso della curia vescovile. Qui svuotava le sue borse delle cose inutili, le riempiva di nuovi capi di vestiario e di alimenti, sostituiva magari la maglietta lercia con una tutta nuova e accennava a pavoneggiarsi, passandosi le mani sui fianchi e sul seno inesistente, finalmente accennando a un sorriso che durava un attimo e non più, subito riconquistando il suo ghigno ostile.

Di tutt’altra pasta era la donna senza nome, di quella dell’altro povero di spirito e di cose che incrociava spesso in Piazza, ciascuno all’altro indifferente. Lui pure veniva non si sa da dove, ma aveva sempre un sorriso chiaro sul volto. I ragazzi l’attorniavano per ridere insieme ai suoi giochi di prestigio, quando, l’ombrello appeso sulla schiena dal collo della camicia, faceva sparire ed apparire una sigaretta tra le dita veloci, per poi riporla sull’orecchio, alla maniera dei vecchi falegnami con la matita piatta.

Anche lui senza nome, vestiva lindo e pinto, curato non si sa da chi, e profumato di tutto punto. Appariva dal nulla e nel nulla si dileguava, perso dietro fantasie che mai a nessuno è stato dato conoscere. Furono in pochi a chiedersi che fine avesse fatto la donna senza nome, l’estate che non la videro più in Piazza, e al bar del Duomo per il consueto caffè. Perché se una caratteristica hanno i poveri, è quella che li rende simili alle stelle, che se la notte è tersa brillano tanto che le puoi toccare, ma se nube le copre, non ti viene nemmeno da pensare dove si siano nascoste. (Mario Narducci)

EXPLICIT La fine di ...

Viaggio al termine della notte

di Louis-Ferdinand Céline

(Francia 1894-1961)

… Glielo ha impedito, lui, di farla, la sua danza del Fuoco e l’ha sgridato. L’abbiamo rintracciato Mandamour in fondo al tavolo. Lui è crollato là, finalmente, bello tranquillo, tra enormi sospiri e gli odori. Ho dormito.

Lontano, il rimorchiatore ha fischiato; il suo richiamo ha passato il ponte, lontano, più lontano… Chiamava a sé tutte le chiatte del fiume tutte. E la città intera, e il cielo e la campagna, e noi, tutto di portava via, anche la Senna, tutto, che non se ne parli più.

In Piazza Navona

Fu da allora che il gambo dei fiori gli era diventato un chiodo fisso. Le rose soprattutto, rosse come porpora e vellutate a passarci le dita come una carezza sulle labbra; le tea dalle cento sfumature che illanguidiscono verso il bianco; le gialle, le bianche come quelle nate a coprire la roccia del suo giardino, che ... - LEGGI TUTTO

Galleria degli Artisti

Test 3 Letteratura ‘900

 

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